Di Vincenzo Pinto

Sono  convinto che la passione per una squadra di calcio sia un affare di famiglia. Quando tale componente ( la famiglia)viene a 

mancare, subentra la sindrome generazionale a determinare il trasporto per  l’una o per l’altra squadra.  

Se oggi chiedi a un bambino chi è il suo idolo calcistico, ti senti rispondere Messi, Neymar, Ronaldo. E’ evidente che qui la tradizione di famiglia c’entra poco o niente. È, semmai, il coinvolgimento mediatico, che ha nella tivu la sua massima espressione, a generare nel soggetto la istintiva propensione verso il calciatore o i colori più in auge del momento.

Ai miei tempi, invece, il progetto pay tv non era neppure un’idea e, mancando la varietà di offerte che abbonda oggi. Innamorarsi della squadra della propria città diventava, di conseguenza, scelta obbligata. Soprattutto se a trasmettere il virus della passione era il genitore o un parente.

Se non avessi avuto uno zio presidente e tre dei suoi sei fratelli tifosi e dirigenti del Savoia, probabilmente col passare degli anni sarei entrato anch’io nel novero dei tifosi del Napoli, della Juve, del Milan o dell’Inter. E sarei impazzito per i vari Haller, Mazzola, Rivera, ai quali era riservata solo la dovuta ammirazione.

Cosi non è stato perché sin da piccolo subii, per induzione, il fascino della maglia bianca del Savoia. Mio zio, Angelo Arpaia, fu al timone della società a cavallo degli anni ’50 e ’60. Con lui i fratelli Augusto, Adriano e Attilio, il dottore Antonio Ciniglio, Gerardo Gogna, Michele Caso, il maresciallo Mario Carlino, Matteo Matuozzo, Livio Di Nola e un giovanissimo Andrea Vecchione.

Era l’epoca delle multifamiliari del calcio e delle gestioni a pane e salame. Senza un campo, bisognava chiedere ospitalità a Pompei o Torre del Greco. Solo nel ’62 fu inaugurato il nostro Comunale e per l’occasione gli sportivi torresi poterono assistere all’amichevole col Cirio, squadra in cui militava una celebrità di casa nostra, Ercolino Castaldo.

Illustri i suoi trascorsi con le maglie di Salernitana, Alessandria (dove cominciava a farsi largo l’estro di Gianni Rivera). Ercolino chiuse la sua onorata carriera nella squadra della sua città  divenendone, oltre che calciatore, allenatore e, infine, direttore generale.

Dismesso lo storico bar di fronte a piazza Ernesto Cesaro, Ercolino e sua moglie Franca aprirono in via Alfani il Bambù River, che ben presto divenne anche il ritrovo dei calciatori delle epoche successive. Villa, Peressin, Malvestiti, Borsetto, idoli dei giovani tifosi e delle teen-agers di allora, erano i frequentatori più assidui del locale in cui non era raro farsi servire un caffè o un aperitivo da un Malvestiti improvvisato barman. Cominciavano i favolosi anni ’70 e tra un commento e un complimento per un gran gol di Lino Villa, c’era pure chi, attraverso le note del jukebox, inviava messaggi d’ amore segreti alla portiera del palazzo accanto…

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