Napoli, l’analisi: come potrebbe cambiare il rendimento di Hamsik alla luce delle novità di Re Carlo?

Scritto da il 31 luglio 2018
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A CURA DI CARLO IACONO

NAPOLI.  Samuel Taylor Coleridge, per chi non lo sapesse, è stato critico, poeta e filosofo, nonché tra i fondatori del Romanticismo Inglese. Ad inizio 800’ soggiornò per alcuni mesi anche a Napoli, nacque prima della nascita del calcio ma era, comunque, solito dire che avrebbe preferito uccidersi, previa lettera d’addio sulla pesantezza della vita, piuttosto che “dedicarsi 90’ minuti a uno sport per maschi da cui non traeva godimento”.

Ma dove sta il punto?
Il punto è una frase dello stesso Coleridge che mi è rimbalzata agli occhi negli ultimi giorni e che mi ha fatto compiere un vero e proprio volo pindarico con destinazione Hamsik. Il passo recita: “che Dio ti salvi, o Capitano, dal demonio che ti tormenta! Perché hai quello sguardo? “ Sarri non ha mai accolto lo slovacco con tanta lirica alle porte di Castevolturno, e nemmeno avrebbe dovuto farlo, però ad immaginarlo con una maggiore vena poetica, avrebbe potuto ripetersi queste parole guardando lo slovacco dei suoi ultimi anni.

L’impressione è che tra l’uomo in tuta è il capitano non ci sia mai stato feeling e nemmeno reciproca comprensione.
Il rapporto fra i due ha avuto molto a che fare con una guerra fredda, dove entrambi non arrivavano alle armi per rispetto dei ruoli, della squadra e dei tifosi.

Ritornando a Coleridge e alle sue rime possiamo imbatterci in: “Condannare un giovane di genio alla fatica di una scuola è come mettere un cavallo da corsa su un tapis roulant”.
Non si fa fatica ad immaginare il capitano come genio o cavallo.

In entrambi i casi, nell’ordine cosmico di Sarri, lo slovacco si è ritrovato a correre su di un tappeto, imbrigliato dalla tattica.
Non è un caso che l’Hamsik dei tempi migliori, delle sgroppate a tagliare il campo, degli inserimenti fulminei al San Paolo non si veda da un bel po’.

Nel calcio come in tutte le cose della vita si tende spesso a dimenticare ma il Capitano è stato capace di segnare dal 2007 al 2015 circa 90 reti. Nemmeno Gerrard nei suoi primi otto anni di Liverpool è riuscito a fare meglio.
Non bisogna omettere che il record di gol stagionali è arrivato con Sarri, ma correlato ad un visibile e netto calo delle prestazioni.

Allora, azzardo, che il Capitano si sia trovato afflitto da una sorta di sarrismo acuto. Come scrisse Raniero Virgilio, qualche mese fa, il campo ha le proprie strade e non andrebbero vigilate proprio tutte.
Sarri la pensava in modo diverso, provando insistentemente a controllarle nei tempi attraverso i propri schemi, per non lasciare nulla al di fuori dello spartito, cosi come è stato pensato.
La ricerca insistente e insistita nell’affrontare gli avversari attraverso il gioco, lo stesso, ragionato, ripetuto fino all’ossessiva ossessione, è un coltello a doppia lama, la prima squarcia difese e resistenze con vigore, l’altra, la seconda, è meno violenta, non incide, dondola e logora se stessi, come un agente atmosferico.

Non è Gomorra, è un certo tipo di calcio.
Guardiola usa, soprattutto agli inizi e alla fine dei propri cicli, la stessa arma. Non a caso quando ha lasciato Barcellona, e poi successivamente a Monaco, non sono stati pochi i suoi ex-uomini a dichiararsi finalmente liberi.

Cercate le parole di Piquè dopo l’addio di Pep per farvi un’idea.
Vedere la propria squadra girare come un meccanismo perfetto è indubbiamente piacevole, è il concetto di fondo del tiki taka.

Ma il tiki taka nasce per nascondere i limiti tecnici del giocatore medio spagnolo, che guarda caso quando non gioca in patria per la maggiore è un giocatore poco più che discreto.
Si tiene la palla il più possibile per smascherare i difetti degli altri e mascherare i propri.
Il tiki taka è un tipo di calcio che fa a meno del cross di esterno, del lancio a volo in profondità, del palleggio aereo, del colpo di testa.
Un calcio che fa a meno del calcio, di tutto ciò che c’è di spontaneo in esso, del talento libero.

Ecco se c’è una cosa che non manca a Marek Hamsik è il talento, e il talento sta là per essere usato o per essere sprecato.

È questione di coraggio.
Mister Ancelotti è un uomo di coraggio.
Il primo indizio ce lo ha dato schierando il numero 17 azzurro per la prima volta in regia, dove ciò che conta davvero è proprio il talento e la libertà di pensiero. E presto per dire se rivivremo i fasti del vecchio Hamsik ma le prime amichevoli danno indicazioni positive. Lo abbiamo aspettato a lungo. Potrebbe ritornare.

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