L’umanità del calcio: intervista esclusiva a Gianluca Raffone

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Gianluca Raffone è laureato in psicologia, ha un master in psicologia dello sport e collabora dal 2009 con la FIGC in Campania, portando la sua esperienza nelle scuole calcio e nelle scuole della Regione.

Con lui abbiamo parlato di un vero e proprio mondo sommerso: il malessere psicologico dei professionisti nel mondo dello sport, un argomento che troppo spesso diamo per scontato.

L’intervista

Chi è Gianluca Raffone? 

Gianluca Raffone è un ragazzo ormai cresciuto, classe ‘81, uno dei tanti giovani che sognano di trasformare il calcio da passione a professione. Sono cresciuto con lo sport e ho avuto la fortuna di assaporare il mondo professionistico dato che da ragazzino giocavo nelle giovanili di una squadra dell’allora Serie C1. Un mondo che, però, ho dovuto abbandonare a circa 17 anni per una miocardiopatia ipertrofica. Sul momento mi si è aperta una voragine sotto ai piedi, ma fortunatamente questa patologia non mi ha impedito di continuare a giocare, a livelli non professionistici ovviamente.
La passione è rimasta la stessa, e infatti mi sono dedicato allo studio e alla formazione, laureandomi in psicologia. In seguito, ho approfondito la psicologia dello sport in un master sostenuto a Roma, all’Università Foro Italico, per seguire le mie radici.
Dal 2009 collaboro con la FIGC in Campania, settore giovanile scolastico, con varie Scuole Calcio del territorio e svolgo lavoro d’équipe con istruttori e dirigenti. 

Ci racconti un po’ il lavoro che fai nelle Scuole Calcio? 

Nelle Scuole Calcio, un’assicurazione di qualità è la presenza nello staff di uno psicologo dello sport specializzato, ben diverso dallo psicologo clinico.
Ho iniziato con i ragazzi di età inferiore a dodici anni, quelli che ancora non svolgono attività agonistica, per dedicarmi alla loro formazione ed educazione umana e psicofisica. Sono convinto che lo sport sia uno strumento da maneggiare con cura, infatti nelle Scuole Calcio vige la regola dell’assenza di classifica, proprio per non fomentare una competizione non necessaria e che distoglie dall’educazione dei giovani atleti. Purtroppo non tutti remano nella stessa direzione e il processo educativo a volte è ostacolato direttamente dagli adulti, causando perdita d’interesse nel bambino, che si scopre non appagato. Proprio per questo capita spesso che si vada a parlare direttamente nelle scuole, da quelle dell’infanzia fino alle secondarie, per ribadire l’importanza della prevenzione attraverso l’attività sportiva. Inoltre, sviluppiamo molti progetti per le persone “fragili”: diversamente abili, detenuti, minori a rischio.
Ti confesso che il mio percorso nelle Scuole Calcio è iniziato un po’ per caso, ma è un mondo di cui mi sono innamorato. Qui ho trovato la vera essenza del calcio e sono felice. Magari un giorno si apriranno le porte del professionismo, ma questa è un’altra storia. 

Passiamo agli adulti. Hai letto la lettera di Prandelli? 

Nel calcio è tutto amplificato, ma le modalità sono simili a un disagio che può provare chiunque, in un qualsiasi contesto lavorativo.
Una parte della lettera su cui vorrei soffermarmi è la frase “in questo momento della mia vita”, che evidenzia la soggettività e il “qui e ora”, un dettaglio decisivo. Lo stesso Cesare Prandelli tempo fa avrebbe reagito diversamente, magari tra due anni tornerà in panchina e avrà una reazione magari opposta. Il disagio che una persona avverte nel contesto lavorativo dipende da tantissimi fattori, ciò non toglie l’enorme atto di coraggio, lo spessore umano dimostrato e un senso di responsabilità ammirevole verso la squadra, la società e la città di Firenze.
I professionisti sono disumanizzati: guadagnano tantissimo e di conseguenza devono sempre essere perfetti, vincere a tutti i costi. Spesso ci dimentichiamo che sono esseri umani con una storia alle spalle, e con una sfera emotiva che merita lo stesso rispetto di chiunque altro.
Per questo parlavo dell’educazione come un aspetto fondamentale: quando arrivi in cima alla montagna devi avere le spalle abbastanza larghe per reggere la pressione.
Un altro dettaglio che mi è saltato all’occhio è la frase “sono stato cieco davanti ai primi segnali […]” ed è vero, nessun malessere si manifesta all’improvviso, è l’intreccio di vari fattori e quando finalmente lo realizzi è complicato prendere consapevolezza e fare un indietro. Questa lettera dovrebbe essere letta in tutte le Scuole Calcio, a tutti gli educatori, ai genitori: è un esempio straordinario di corretta educazione allo sport. 

Pensi le responsabilità di questa “disumanizzazione” siano attribuibili anche ai media e al linguaggio utilizzato? 

La regola d’oro è sempre non dare etichette, anche perché spesso si rivelano sbagliate. Alcune parole sono utilizzate senza cognizione di causa, tra cui “depressione”. Il quadro clinico della depressione è tutta un’altra cosa e far confusione non solo è errato ma è pericoloso. I giudizi affrettati possono far del male a queste persone, che sì sono di rilevanza pubblica, ma soprattutto sono degli esseri umani.
I termini fanno la differenza: quante volte abbiamo sentito parlare di “bestia”, “animale”, “veleno”, o come diciamo noi “cazzimma”? Ma cosa stiamo dicendo? Qui si tratta di autostima, fiducia, autoefficacia, gli unici elementi che in un giocatore fanno la differenza. Un professionista ha bisogno di supporto, di essere ascoltato e rispettato, è l’unico modo per tirane fuori il meglio. 

In quale misura l’opinione dei tifosi si ripercuote su un professionista? 

L’opinione dei tifosi, amplificata dalle dinamiche dei social, fa parte del gioco, ed è la stessa che ti esalta a dismisura dopo una buona prestazione e ti affossa dopo una giornata-no.
Non c’è equilibrio, si passa da un eccesso all’altro. I social, però, fanno parte del sistema e sono un risultato del progresso in cui siamo immersi.
I calciatori sono diventati delle aziende e in quanto tali si aprono totalmente al giudizio altrui, devono essere preparati a ricevere tutto quello che arriverà da internet. Non tutti hanno lo spessore umano e l’equilibrio necessario per reggere il colpo.
Un grande atleta non può sottrarsi a questo processo, ma può riconoscere gli ostacoli e gestirli. Non farlo porta inevitabilmente a sentirsi inadatti. Gestire i propri social e l’immagine che si veicola di sé è centrale e non può essere lasciato al caso. I social sono uno strumento e come tale possono essere utilizzati per creare qualcosa di buono o qualcosa di terribile. La scelta è del singolo utilizzatore.  

Abbiamo parlato dei giocatori, ma per quanto riguarda l’allenatore? 

Negli ultimi anni lo staff di un allenatore si è allargato tantissimo. Dalle iniziali 5/6 persone si è passato alle 15 persone in media, un indicatore di quanto questo ruolo sia diventato complesso. L’allenatore, soprattutto oggi, oltre a essere un esperto di tecnica e tattica, deve essere un comunicatore eccezionale. Un leader, che eserciti la sua leadership in maniera flessibile, adattandola ad ogni situazione. Non sempre lo stesso stile di conduzione si adatta ad ogni spogliatoio, il rischio è di non trovare il giusto feeling con i giocatori. L’allenatore deve gestire l’inaspettato, mantenendo la mente lucida e garantendo un equilibrio che si trasmette anche su chi va effettivamente in campo. Inoltre, deve sapere gestire le abilità di ogni singolo componente della rosa entrandoci in sintonia, trovando la chiave per costruire una comunicazione efficace. Migliorando i singoli, di conseguenza si migliora anche l’organico. 

Un processo lungo e complicato che giustifica l’allargamento dello staff. 

Certo, è importante che nello staff ci sia un esperto in materia psicologica che sia di supporto al tecnico, che lo aiuti a smaltire il lavoro di gestione del gruppo. 

Ultimamente si sente parlare tanto dei “mental coach” ma qual è la differenza con uno psicologo dello sport? 

Sono proprio due contesti diversi. Lo psicologo è laureato in psicologia clinica e specializzato in psicologia dello sport, il mental coach è un facilitatore, un esperto che aiuti a definire gli obiettivi e a strutturare metodi per conseguirli. Se vogliamo, tra le varie mansioni, uno psicologo dello sport è anche un mental coach. Dall’altro lato, i mental coach in genere non sono psicologi e non hanno un percorso completo alle spalle.
Purtroppo ci sono ancora molti falsi miti sugli psicologi, sono ancora visti come “i medici dei pazzi” oppure come “quelli con la bacchetta magica”. Niente di più lontano dalla realtà: lo psicologo cerca di migliorare le life skills, ossia le competenze apprese nello sport riportate nella vita di tutti i giorni. Un esempio è il problem solving, che porta a prendere decisioni difficili in un momento concitato, ma anche la gestione delle emozioni e l’autoefficacia. 

Falsi miti che contribuiscono a creare un vero e proprio tabù nei confronti degli psicologi. 

Avvalersi dell’aiuto di uno psicologo porta ancora vergogna ed è visto come una debolezza. Per un atleta professionista, essere ascoltato da una persona competente è fondamentale, per dare delle sicurezze che si ripercuotono dentro e fuori dal campo.
Ne avrebbero davvero bisogno tutti. Soprattutto coloro che si ritrovano catapultati fuori da questo mondo, magari per un infortunio o solo per questioni di età.
Per un atleta, in particolare, abbandonare la carriera è paragonabile a un lutto, dice addio a una parte di se stesso che non tornerà mai indietro. Prende il nome di grief reaction ed è un vero e proprio trauma. Non dimentichiamoci che un giocatore di calcio smette intorno ai 35 anni e per non perdersi nel dimenticatoio deve necessariamente reinventarsi. Lo sport è come la luna: noi ammiriamo la parte brillante, ma la metà in ombra nasconde tutto ciò che non ci è dato vedere, l’umanità del calcio.

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