Grazie Roma, canterebbe Antonello Venditti. La squadra di Fonseca è l’unica flebile luce di speranza per il calcio italiano in un’annata decisamente da dimenticare. In Europa, nessuno è riuscito a imporsi, nonostante le premesse fossero più che buone. Cosa non ha funzionato? Davvero giochiamo un calcio vecchio? Siamo davvero così poco adattabili al calcio europeo?

Le italiane in Champions League

INTER: la sponda nerazzurra di Milano aveva dei buoni motivi per sperare: una buona partenza in campionato, una coppia d’attacco di livello mondiale, un progetto di giovani appena sbocciati (Barella, ndr) e tutta l’intenzione di tornare a dire la sua anche nel calcio che conta, dopo il grigio terzo posto ai gironi dell’anno passato. Il sorteggio è benevolo: Shakthar, Borussia Monchengladbach e un Real Madrid che quest’anno sembra tutto, tranne che ingiocabile.

Qualcosa, però, va storto. La squadra di Conte non riesce a imporsi praticamente su nessun campo, nonostante un organico nettamente superiore rispetto a due squadre su tre e non c’entra nemmeno il premio di consolazione dell’Europa League. Ultimi, come un Ferencvaros qualsiasi.

LAZIO: Immobile scarpa d’oro, un organico in netta crescita e in grande sintonia, una squadra solida che si difende bene e attacca meglio. Nei gironi impensieriscono addirittura il Borussia Dortmund, ma battagliano fino alla fine con il ben più modesto Club Brugge. Riescono a strappare il pass per gli ottavi, ma pescano i peggiori clienti possibili: i bavaresi del Bayern Monaco.

Ora, che l’eliminazione dei biancocelesti arrivasse a meno di miracoli siamo tutti d’accordo. Ma come è possibile che in 180 minuti di contesa, questa fosse chiusa dopo un tempo solo?

ATALANTA: Reduce dall’impresa sfiorata contro il PSG, con una vittoria straripante ad Anfield, un sistema di gioco innovativo ed efficace, ci si aspettava di più dagli enfants terribles di Gasperini. Attenzione: non parlo di passare il turno con il Real. Uscire con i Blancos può capitare. Ma se all’andata perdi 0-1, mostrando un gioco e un’iniziativa migliore pur giocando in 10 uomini e prendi il gol della domenica da Mendy, perché al ritorno scendi in campo con una fifa nera?

I bergamaschi sapevano di potersela giocare alla pari, eppure non lo hanno fatto.

JUVENTUS: ne dobbiamo davvero parlare? Seconda eliminazione consecutiva agli ottavi, prima con il Lione, poi con il Porto. Quindi il 0-3 al Camp Nou è stato davvero un abbaglio. Una squadra che vorrebbe, vorrebbe tantissimo, ma evidentemente ancora non può. I limiti di gioco sono evidenti e lo sono ancora prima dell’arrivo di Pirlo sulla panchina. Sembra che ai bianconeri manchi coesione di fondo, indispensabile per arrivare fino alla fine, una fine che manca dal 22 maggio 1996.
L’ultimo anno di Ronaldo? Malcontento nei confronti di Pirlo? Le voci di spogliatoio contano poco sinceramente. Dalle parti di Vinovo farebbero meglio a concentrarsi per salvare il salvabile e, l’anno prossimo, evitare quegli imperdonabili errori che fanno tutti gli anni.

Le italiane in Europa League

NAPOLI: Dopo l’eliminazione con il Granada ai sedicesimi di finale Gattuso si è presentato in conferenza stampa parlando di sfortuna. Gol assurdi, gioco migliore, episodi sfavorevoli. Indubbio che il Napoli abbia giocato meglio. Del resto è una squadra migliore del Granada. Resta anche che gli azzurri, nonostante siano passati primi nel girone, abbiamo mostrato lacune di gioco anche nelle partite precedenti, ma sono sempre state valutati come incidenti di percorso. Sbagliato. Infatti, nel doppio confronto hanno avuto la peggio. Il Granada ha capito esattamente come neutralizzare il Napoli e ha passato il turno proprio perché gli uomini di Gattuso non hanno saputo adattarsi: all’andata non riuscendo a segnare e al ritorno non sapendo gestire e capitalizzare un vantaggio che avrebbe dovuto dare il là alla rimonta.

MILAN: forse il Milan, in questa speciale disamina in negativo, è quella con meno colpe. Nonostante un gioco solido e un’identità precisa, si sono ritrovati davanti un avversario troppo scomodo: il Manchester United. Kjaer ha dato una speranza all’andata, con uno stacco imperioso in zona Cesarini, ad assicurare un pareggio più che giusto, viste le forze in campo. Il ritorno è stato giocato ad armi pari ed è stato risolto da una zampata di Pogba sugli sviluppi di un mischione in area. Non proprio bel gioco, ma è il risultato che conta. Forse gli uomini di Pioli pagano un po’ di stanchezza e un’infermeria piena, tanto che Ibra, trascinatore assoluto, è stato della partita per soli 25 minuti dei 180 disponibili.

Cosa è andato storto?

Ora, è il momento di fermarsi e riflettere. Perché le italiane faticano così tanto in Europa? Potrebbe essere una questione di sistema di gioco: siamo troppo inclini a copiare quelli altrui (qualcuno ha detto costruzione dal basso?) e a prenderci poche responsabilità dal punto di vista dell’innovazione. Dall’altro lato, delle squadre con un forte imprinting dell’allenatore (ad esempio, l’Inter di Conte), faticano a trovare sistemazioni alternative in campo che permettano di affrontare squadre europee molto più adattabili delle nostre. In questa stagione europea, di adattabilità dai nostri se n’è vista pochina.

Qualcuno fa notare che è un problema di pressione: giochiamo sempre come se avessimo tutto da perdere. L’andata di Juventus-Porto ha visto dominare i portoghesi per una spensieratezza che i bianconeri si sognano. Tentavano i dribbling, ci riuscivano, scappavano sulla fascia e non si sapeva mai se l’avessero messa in mezzo per le due torri o se fossero rientrati all’interno. La squadra di Pirlo si è ritrovata totalmente annichilita da questo atteggiamento, forse si aspettava più timore reverenziale.

Un timore riverenziale, che nel caso di Lazio e Atalanta, si è rivelato fatale. I primi hanno buttato alle ortiche una partita e la possibilità di dare battaglia alla squadra, probabilmente, più forte d’Europa, la seconda ha inspiegabilmente mostrato un’arrendevolezza esagerata e ha finito per soccombere alla distanza.

Tutti questi discorsi lasciano il tempo che trovano, ne sono certo, ma la questione di base resta: siamo davvero consapevoli delle nostre possibilità? Forse non è tanto questione di gioco, quanto di atteggiamento. L’atteggiamento del vincente, quello che ha portato Juve, Milan e Inter alle semifinali del 2003, e che dopo il Triplete di Mourinho sembra essersi sciolto come neve al sole.
Non si parla di organico, i nostri organici non hanno nulla da invidiare alle top europee, si parla di approccio. Un approccio che storicamente manca, se non qualche rara eccezione.

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