Il saluto al capitano JAVIER!

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Buenos Aires, corre l’anno 1973: “Ha grossi problemi respiratori, rischia la vita”, tuonò Adelmar. Violetta e Rodolfo Ignacio non persero le speranze e si affidarono totalmente alla fede, disposti a tutto pur di vedere il loro piccolo bambino crescere e gioire normalmente. Poco tempo dopo le loro preghiere furono ascoltate ed il loro desiderio prese consistenza: il piccolo Javier Adelmar Zanetti fu miracolosamente salvato dal sopracitato dottore ginecologo brasiliano, da cui prende il secondo nome, e poté cominciare a “vivere”. Ma la vita del futuro Pupi, non è mai stata semplice: Dock Sud, piccolo sobborgo portuale del Partido de Avellaneda, Javier ha il suo primo approccio con il pallone, ma campi di calcio veri e propri non ce ne sono; è il periodo della Guerra Surcia (letteralmente guerra sporca) la qual cosa significa: violente repressioni, torture, omicidi, desaparecidos. Non esattamente un clima ottimale per trascorrere la propria infanzia. Come se non fosse bastato tutto questo, il suo fisico tutt’altro che imponente (145 cm per 35 kg all’età di 14 anni) rappresentava un ostacolo enorme per la sua crescita calcistica. Ma Javier è uno tosto, proprio non riesce a stare in disparte, defilato. Lui deve essere speciale. Decide di aiutare il papà Rodolfo, muratore, e ne approfitta per mettere su qualche chilo di massa muscolare prima di ritornare sul rettangolo di gioco, non proprio verde, vestendo la maglia biancorossa del Talleres. Dei soldi nemmeno l’ombra e figuriamoci se Javier pensava ad assecondare la sua passione, infischiandosene dei problemi economici della famiglia. Dapprima lo vediamo girovagare per i vicoli di Dock Sud distribuendo la posta alle “familas argentino” e successivamente, dalle quattro alle otto del mattino, Javier si fa conoscere dalla gente come “el leche boy” , il ragazzo del latte. Il tutto coltivando il sogno di diventare calciatore. È con ogni probabilità questa fase della sua vita, a costruire le solide fondamenta del “Tractor” che avrebbe, negli anni a seguire, regalato emozioni a tutti gli amanti dello Sport, diventando elemento di unione anche tra tifosi e addirittura nazioni rivali. Con dei trascorsi così, un viaggio oltreoceano verso l’avventura europea, non può certamente generare in lui alcun tipo di paura. E così Zanetti, dopo una parentesi di due anni al Banfield, approda alla corte di Moratti nel 1995 quasi da ignoto. Infatti giunse in solitduine al ritiro con un sacchetto da supermercato in mano e ad aspettarlo c’erano soltanto due giornalisti. Qui comincia la sua storia d’amore con il club nerazzurro ed al primo allenamento già fa capire a tutto l’ambiente, chi fosse e da dove provenisse. Disse di lui Bergomi:”Primissimo allenamento, facciamo possesso palla. Lui non la perde mai, gli resta sempre incollata al piede. Quel giorno pensai che avrebbe fatto la storia dell’Inter” . Il buon Beppe aveva proprio ragione: 856 presenze totali divise in diciannove stagioni (quindici da capitano) con questa maglia, e ventuno gol, ma sappiamo che le realizzazioni sono davvero l’ultima cosa che abbiamo amato di lui. I suoi primi anni all’Inter non verranno certo ricordati per il numero di trofei alzati al cielo, ma Zanetti il cuore ce lo ha sempre messo. Eccome se ce lo ha messo. Al di là della tecnica e dell’intelligenza tattica, ciò che più impressiona è la prestanza fisica unita alle sua straordinaria facilità di corsa palla al piede, in percussione. Nasce come attaccante esterno per poi arretrare il suo raggio d’azione nella zona mediana del campo e sul laterale; nell’ordine, i vari Bianchi, Hodgson, Simoni, Lucescu e Lippi collocano Zanetti praticamente in ogni zona del campo, ricevendo dal fuoriclasse argentino un rendimento sempre, abbondantemente, al di sopra della sufficienza. Con Cuper, Mancini, Mourinho e ancora Ranieri, Leonardo, Benitez insieme agli altri che seguiranno, Zanetti ricoprirà il ruolo di terzino destro o di mediano. Lo stesso percorso che farà con la casacca della Selecciòn a partire dal 16 Novembre del 1994, allor quando il cittì Daniel Passarella lo fece esordire in amichevole contro il Cile, all’età di ventuno anni. Vestirà la maglia della nazionale argentina complessivamente 145 volte, venticinque volte indosserà la fascia da capitano, realizzando 5 reti. Con l’Inter ha vinto tutto: 5 Campionati, 4 Coppe Italia, 4 Supercoppe Italiane, 1 Coppa Uefa, 1 Champions League ed un Mondiale per Club. Impossibile invece, ricordare l’infinità di record ed i riconoscimenti individuali raggiunti da Zanetti tra i quali risaltano: Marcatore più anziano dell’Inter nella Uefa Champions League e nel Mondiale per Club (37 anni); Giocatore,nonché Capitano più vincente della storia nerazzurra con ben sedici trofei conquistati. Indelebile è il ricordo che Zanetti ha lasciato nel cuore di tutte le persone che hanno avuto a che fare con lui nel corso delle stagioni, ma, probabilmente per il numero di trofei vinti, l’annata che nessuno potrà mai dimenticare è quella dello storico Triplete del 2009/2010 (Campionato, Coppa Italia e Champions League), mai riuscito a nessun club italiano prima di allora. Zanetti racconta la notte di Madrid come uno dei momenti più belli della sua vita. Giunto nello spogliatoio appoggiò a terra la coppa e con le lacrime agli occhi le disse: “Ti inseguivo da tanto tempo ed ora finalmente sei tra le mie braccia”. Alla guida dei nerazzurri un tale Josè Mourinho da Setùbal. Una sola frase estrapolata da uno dei tanti show messi in atto dal portoghese durante le sue conferenze, basta a racchiudere il suo pensiero sulla leggenda nerazzurra: “Sapevo che fosse una forza della natura, ma non pensavo fosse questo uomo. E poi il suo passaporto deve essere sbagliato. Non può avere 36 anni, devono essere al massimo 25-26”. Non può che essere fantastico il rapporto col suo secondo padre, colui che lo ha preso ragazzino e lo ha visto diventare uomo, il presidente Massimo Moratti che in più circostanze ha speso parole d’amore nei riguardi del quattro nerazzurro: “Zanetti è la storia dell’Inter. Non solo per la qualità, ma anche per la serietà. Se a Zanetti chiedi di una partita col Milan o con la Juventus di 10 anni fa, non solo ti sa dire com’è andata, ma anche le ragioni per cui bisogna odiare l’una e l’altra. Poi è una brava persona, dotata di buon senso, con questo carattere che fa sì che sia molto stimato dai compagni. Zanetti con me sapeva per certo che sarebbe potuto diventare addirittura presidente. Potevo pensare di farlo con una persona che sa tutto, che rappresenta l’Inter, che è stimato e che ha l’immagine giusta”. Ed anche un aneddoto su suo arrivo in nerazzurro: “Prima di prendere l’Inter, mi era arrivata una cassetta dell’Argentina Under 21 per farmi vedere Ortega. Vedo un pezzettino di partita e Ortega non mi aveva nemmeno entusiasmato, ma noto questo terzino che faceva cose mai viste: sette avversari dribblati in un colpo solo, forza fisica, volontà, classe. Di solito, quando si prende una squadra si notano centrocampisti o attaccanti e aver puntato su un terzino è già un fatto anomalo. Arrivato all’Inter, segnalo che quello è il primo giocatore da prendere. C’erano alcune persone in Argentina, che mi avevano chiamato per sapere se l’operazione andava conclusa. Io e mio figlio riguardammo la cassetta: perfetto, procediamo”. Saltando da una leggenda ad un’altra, è doveroso soffermarsi su Giacinto Facchetti e sul meraviglioso rapporto con Javier. Giacinto fu il mentore e trovò in Zanetti un terreno fertile per piantare valori come la lealtà, la correttezza ed il rispetto verso i compagni e verso gli avversari, che, uniti al carisma ed al coraggio già innati nell’argentino, portarono ad un naturale passaggio di consegna del ruolo di capitano. Emblematica fu la visita in ospedale di Javier a Giacinto, durante la quale l’argentino mostrò la Supercoppa Italiana conquistata ventiquattro ore prima ai danni della Roma regalando un ultimo sorriso a colui che si sarebbe spento soltanto qualche giorno dopo. Le gambe possenti e le galoppate sulle fasce, spinsero Vìctor Hugo Morales a soprannominarlo El Tractor: mai soprannome fu più azzeccato. Zanetti gioca praticamente sempre, si allena con un’intensità sbalorditiva e non conosce infortuni fino a quel maledetto 28 Aprile 2013 quando allo stadio “Barbera” di Palermo si procura la rottura del tendine di Achille del piede sinistro, gettando tutta l’Italia, calcistica e non, nello sconforto. Ma Zanetti, ancor prima che i medici esprimessero le loro perplessità circa il suo ritorno in campo, giura che la sua carriera non sarebbe terminata in quel modo. Detto, fatto. Alla tenera età di quaranta anni, centonovantacinque giorni dopo l’infortunio El tractor torna in campo agli ordini di Walter Mazzarri, stagione in corso 2013/2014. Come da lui stesso annunciato, al termine di questa stagione, Javier Zanetti darà l’addio al calcio giocato lasciando dietro sé un vuoto enorme, incolmabile. Gli addii sono sempre dolorosi e spesso è faticoso accettarli; i tifosi nerazzurri su tutti, mai riusciranno a trattenere le lacrime nel salutare e nell’applaudire per l’ultima volta, nella bolgia di San Siro, il capitano di tante emozionanti battaglie. Quel che Javier ha insegnato a tutti i giovani ragazzi che inseguono un sogno, è che non bisogna mai e poi mai arrendersi e che l’umiltà e la voglia di fare sono alla base di ogni traguardo. Ma Javier ha insegnato qualcosa anche ai più grandi: Ogni uomo che si rispetti, sogna di poter accompagnare il proprio figlio ad un campo di calcio, vederlo crescere, maturare insieme ai compagni, “farsi le ossa” ed esultare per un gol della propria squadra. Magari diventa un bravo calciatore o magari no, ma ciò che più importa è trovare qualcuno capace ad “insegnargli la vita” attraverso lo sport. Per noi futuri padri, sarà tutto più difficile con uno Javier Zanetti in meno. “L’allenamento è la mia vita. Vengo preso in giro dagli amici perché mi sono allenato anche il giorno del mio matrimonio con Paula, la madre dei miei tre bambini. Avevo del tempo, e allora perché non farlo, sfilandomi il tight da cerimonia? Nella vita c’è sempre tempo per tutto, ma dobbiamo saperlo trovare, il tempo, avere metodo e non lasciare che la vita ci sfugga via in fretta senza che ce ne accorgiamo. Forse aver giocato oltre mille partite mi ha insegnato a rispettare il valore del tempo. Il tempo somiglia ad un miraggio, ad un’illusione ottica e a volte può tradirci”. Per questo e per tanto altro, da amante del Calcio e della lealtà, ti dico: “Gracias por todo, Javier!”

Luigi Ciotta

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Comments

  1. Davvero complimenti! Questo articolo a mio avviso riesce ad esprimere in maniera autentica e profonda la carriera di questo campione nei suoi momenti più cruciali e a trasmettere a noi lettori i numerosi valori ormai dimenticati che girano intorno ad un pallone. Grazie, a nome di tutti noi tifosi nerazzurri e amanti del “calcio giocato” per averci fatto rivivere in un istante la storia di una leggenda…

  2. E’ una bella storia ed anche se sono tifoso del Napoli ho sempre
    ammirato questo campione vero-
    Meritava di essere raccontata-
    Romano

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