Da sempre il nostro giornale è vicino alle vicende legate al calcio giovanile. In 22 anni di storia ci siamo attestati come il principale organo di informazione regionale legato ai giovani.

Non può essere diversamente in questo periodo, in cui ragazzi e bambini sono ormai fermi da troppo tempo. Ad un anno esatto dalla prima chiusura vogliamo sentire la voce dei protagonisti attraverso la nostra rubrica “C’era una volta…. il calcio giovanile”.

Il nostro viaggio continua oggi con Gianluca Raffone, Psicologo dello Sport ed istruttore di scuola calcio

Da 12 anni collabora con la FIGC Campagnia, Settore Giovanile e Scolastico, e con varie scuole calcio del territorio

Inoltre è responsabile di tanti progetti di Calcio per Categorie “fragili” come i Diversamente Abili, Immigrati, Detenuti, Minori a rischio, Disagio Mentale

Da 12 anni… progretti di Calcio educativo FIGC nelle scuole del territorio… dalla scuola primaria alle scuole secondarie di secondo grado con migliaia di alunni ed insegnanti coinvolti

 

L’intervista a Gianluca Raffone

Il mondo dello sport nel periodo della pandemia sta vivendo un periodo molto difficile che si sta ripercuotendo in particolare sui ragazzini. Cosa sta succedendo nelle teste di questi adolescenti?

” Tutti quanti noi abbiamo trascorso un anno terribile e anche il mondo dello sport è stato coinvolto come tutti e sta attraversando un periodo difficile. L’intera comunità sportiva in questo anno è stata fortemente colpita dalla pandemia e tutti gli eventi e stagioni agonistiche sono state annullate o differite e le strutture sportive ovviamente sono state chiuse e in generale tutte le nostre abitudini più consolidate sono state stravolte. Ci siamo trovati in questa situazione completamente nuova e imprevista e all’inizio c’è stata molta incredulità, ma subito dopo abbiamo capito la gravità di questa pandemia e li abbiamo iniziato ad avere paura, infatti molto diffusa è stata poi la cosiddetta SINDROME DELLA CAPANNA, ossia la paura di uscire di casa perchè poi essa è diventato il nostro luogo sicuro, quella che ci tiene lontano dal contagio e c’è stata un assoluta disorganizzazione del nostro comportamento. Poi c’è stata la speranza estiva, siamo passati dall’illusione di ripartire ma poi questa si è trasformata in delusione per tutti. A settembre-ottobre c’è stata poi la voglia di ripartire e molti hanno sottovalutato un po’il rischio mentre invece altre persone vivevano nel panico. Il secondo lockdown ha fatto emergere tutta la rabbia e la delusione in tutti noi, io ho il piacere in qualità di psicologo di collaborare da dodici anni con il settore giovanile della FIGC Campania e ho il piacere di indossare una duplice veste perchè oltre a ricoprire il ruolo di psicologo dello Sport ho anche il piacere di essere un istruttore di Scuola Calcio ed ho avuto molte esperienze come allenatore. In questo arco di tempo abbiamo fatto molte riunioni cercando di collaborare con le società e con le varie realtà del territorio e ci rendiamo conto che la situazione non è semplice, parecchi già in condizioni normali  fanno fatica dal punto di vista gestionale, figuriamoci ora con questa forte crisi che li ha messi in seria difficoltà e stanno manifestando parecchie sensazioni negative e c’è anche la paura di non riuscire a rialzarsi, la paura di non avere la forza sia psicologica che economica di ripartire perchè poi non dimentichiamoci che la risorsa più importante per le scuole calcio sono proprio le famiglie,sono quelle che con tanti sacrifici portano i figli e le figlie a fare attività sportività ed in questo momento loro stanno attraversando un periodo di grossa difficoltà dal punto di vista economico, pensiamo al lavoro, smart working, disoccupazione o difficoltà di entrate e le famiglie stanno giustamente mettendo in secondo piano alcune cose come l’attività sportiva. Questo però è un peccato perchè sappiamo tutti quanto lo sport faccia bene, lo sport è indispensabile per la vita di tanti ragazzi e ragazze però purtroppo tra impegni, DAD scolastica ecc le attività giornaliere si stanno riempiendo se non addirittura sovraccaricando di impegni. Anche quando c’è stata la riapertura si è visto che non tutti i ragazzi sono tornati ad allenarsi come era previsto nel protocollo individuale, i gruppi si sono dimezzati e questo ha portato a grosse difficoltà il mondo dello sport, in particolare le scuole calcio. Ora siamo in una fase di stallo, tra vaccini, media che sono confusi, c’è molta incertezza per la propria salute e per i propri cari e questo rappresenta per tutti motivo di stress psico-fisico. Tutto questo non sapere va ad alterare la percezione di controllo, perchè noi siamo abituati a controllare la nostra vita, a prendere decisioni quindi questo genera un senso di allerta, disagio e malessere però ovviamente questa situazione può avere effetti diversi da persona a persona, c’è sempre la soggettività, magari quest’anno per alcune persone è stato anche positivo, hanno ritrovato se stessi o hanno riscoperto delle cose a cui magari prima non prestavano attenzione mentre per altri è stato tutto massacrante e qui rientra tutta la soggettività. Il primo passo in questa gestione è prendere consapevolezza , consapevolezza di come ci sentiamo per poter poi attivare le strategie migliori per uscirne al meglio , è stato poi dimostrato che purtroppo ci porteremo dietro questa cosa per un bel po’, arriveremo solo col tempo a metabolizzare quello che abbiamo vissuto e che stiamo vivendo e anche se pensiamo un po’alla sintomatologia è stato dimostrato attraverso una ricerca che in alcuni soggetti prevale l’assoluta tristezza, insonnia, disturbi d’umore, mancanza di energia, le paure, i i timori, mancanza di interesse e questo si sta davvero riscontrando in parecchi ragazzi, io stesso sto facendo un progetto con i ragazzi del liceo e ogni settimana emerge proprio questo, la noia, la stanchezza per le lezioni online, studiare in un certo modo e tutto questo sta pesando molto nelle loro teste. Dobbiamo essere noi adulti bravi a farli uscire da questa situazione come una vera e propria squadra “

In settimana ricollegandomi alla domanda precedente, ho intervistato l’istruttore della Boys Melito Pasquale Cuozzo che mi ha detto che è un ragazzino su tre non vuole più fare sport. Come si è arrivati a questa situazione?

” Come dicevo prima , confrontandoci con varie realtà del territorio e delle scuole calcio sta emergendo fuori che pareggi ragazzi, soprattutto quelli piu grandi stanno manifestando la voglia di lasciare, di abbandonare lo sport, il calcio in particolare. Questo sta accadendo nei piu grandicelli quindi in particolare la categoria allievi che va dai 14 ai 17 anni mentre per i piu piccolini il ritorno in campo nonostante il periodo dello stop è stato un atto di gioia, io faccio sempre l’esempio della bicicletta, una volta che impari a portarla poi non te ne dimentichi e quindi i bambini piu piccoli hanno riportato in campo lo stesso entusiasmo anche perchè più scende la fascia d’età e più il momento partita/ gara diventa meno importante rispetto a quello che rappresenta per gli allievi. I bambini si sono anche adattati bene al protocollo, che poi è andato a snaturare quella che è la natura del calcio, sport di contatto, di relazioni ed è proprio quello che sta mancando ai ragazzi perchè poi fare attività sportiva a distanza, ognuno a casa sua oppure ritornare in campo e farlo col dovuto distanziamento fa venir meno l’elemento aggregativo, il contatto, quello che dà l’anima ad uno sport di squadra come il calcio e quindi questi ragazzi stanno vivendo un momento delicato che già in condizioni normali, per la fascia d’età 14-17 anni, vivono il cosiddetto DROP-OUT, l’abbandono precoce e questo per tanti motivi. Adesso ovviamente diamo colpa al Covid ma purtroppo il DROP-OUT è diffuso per tanti motivi, magari perchè in quella fascia d’età le aspettative sono altissime e sono condizionati dai genitori, altri perchè vedono lo sport come un motivo di ansia e quando vedi che un ragazzino o ragazzina inizia a vivere male questo trova alternative diverse e migliori. Ora però in questo periodo bisogna stare molto attenti perchè le società hanno paura che i ragazzini non tornino a fare più attività ma qui bisogna vedere se è una decisione del ragazzo/a oppure della famiglia quindi le cause possono essere interne o esterne, come detto prima magari le famiglie decidono di non mandare subito i figli alla scuola calcio per motivi economici o per paura di contagi rimandando cosi la ripresa agonistica dei loro figli anche perchè poi come già accennato prima è anche una questione di priorità, finché non ritorna la scuola in condizioni normali, finché il lavoro non si stabilizza è difficile anche organizzarsi per accompagnare i figli. A me ad esempio è capitato un racconto di un ragazzo del liceo che mi ha detto che lui non ha piu voglia di tornare a fare calcio perchè ha visto sfumare i propri sogni, il suo sogno si è spezzato e questo accade nei piu grandicelli, quelli di 16-17 anni che accarezzano il sogno del calcio professionistico e quando non lo vedono possibile decidono di abbandonare il calcio. Alla base di tutto ciò c’è sempre la motivazione, se ci pensiamo la pandemia è stata e sarà un occasione per vedere chi è che ama il calcio, chi ha scelto questa attività sportiva con la sua testa perchè non ci dimentichiamo che a cinque sei anni una bambina o bambino viene indirizzato dai propri genitori , da un amico o dalla tv a fare calcio e questi sono motivi esterni, la motivazione estrinseca che nel corso degli anni deve diventare motivazione intrinseca, diventare la propria passione, andare ad allenarsi col caldo, con la pioggia, con la neve, facendo sacrifici andando a scuola e subito dopo andare a fare allenamento per amore dello sport e perchè la motivazione è piu forte di tutto, figuriamoci se io permetto al virus o a questo lungo stop di ammazzare la mia passione e i miei sogni. Questo è importantissimo perchè è una grande prova caratteriale per i ragazzi, alla fine tutti siamo in questa situazione e ai nastri di partenza bisognerà farsi trovare pronti, io paragono quest’anno di pandemia ad un infortunio nello sport, purtroppo nella vita di uno sportivo capitano infortuni, lunghi stop di 6-7 mesi ma paradossalmente quando tu subisci un infortunio cosi grave sei da solo, sei l’unico della squadra o uno dei pochi a doversi fermare mentre gli altri corrono e giocano e quello è ancora peggio perchè tu vedi gli altri andare avanti, che migliorano e che si divertono mentre tu sei fermo ed invece, tra virgolette, il vantaggio della pandemia è che tutti a livello mondiale siamo fermi, ci siamo ritrovati a resettare quest’annata e allora bisogna aspettare e dimostrare questa famosa resilienza, la capacità di piegarsi ma non spezzarsi, come l’araba fenice rinascere dalle nostre ceneri. Io dico che non è il virus che sta spezzando i nostri sogni ma siamo noi che stiamo permettendo ad esso di fare ciò e invece noi dobbiamo ancora crederci, credere utilizzando le parole di Edoardo Bennato che io adoro, ricercare questa famosa ISOLA CHE NON C’È.

Come dobbiamo lavorare sulla testa dei ragazzi per far si che tornino a fare sport?

” Il ruolo di aiutare i ragazzi purtroppo non è semplice, lo dico sempre agli stessi istruttori, adulti che lavorano con i ragazzi che aiutarli in questo momento è una cosa molto difficile perchè siamo anche noi in prima persona a vivere condizioni di disagi e malessere, io però dico che la prima grande cosa che sto notando è che i ragazzi soprattutto quelli piu giovani vengono sempre giudicati negativamente, hanno sempre il dito puntato contro mentre io inizierei ad avere rispetto per loro, con empatia mettersi nei loro panni perchè sfido chiunque a provare a immaginare cosa avremmo fatto noi al loro posto, a volte è semplice puntare il dito e spesso chi lo fa sono persone che in passato hanno fatto peggio, c’è sempre la tendenza ad accusare la generazione nuova senza fare mai autocritica, senza mai pensare che se un figlio si comporta in un determinato modo magari la colpa è proprio del padre, della madre, del nonno ecc. Anche nel contesto sportivo tutti noi ci dobbiamo sentire partecipi e responsabili, io credo che innanzitutto serva questo, ascoltarli che non è una cosa semplice, infatti non parliamo di ascolto passivo ma attivo quindi empatia, mettersi nei loro panni, simpatizzare l’uno per l’altro che poi vuol dire patire insieme. Noi possiamo fare questo e finalmente mettere in pratica quello che per anni abbiamo predicato ai ragazzi, che il calcio è trasmissione di valori fondamentali, io attraverso il calcio vivo sulla mia pelle il coraggio, il sacrificio, la condivisione, l’impegno, l’identità, l’orgoglio e questi sono solo alcuni dei valori che lo sport, il calcio ci insegna e quante volte diciamo ai ragazzi che quello che si impara in campo lo portano anche a scuola, a casa e tutto ciò è straordinario. Oltre ai valori ci sono anche, quelle che noi chiamiamo LIFE-SKILLS, che può essere la capacità di risolvere un problema, la gestione dello stress, la consapevolezza di se stessi,  sono quelle competenze che tu alleni in campo ma che alleni quotidianamente nella vita e quindi quest’anno di crisi ci ha dato e da la possibilità ai ragazzi di mettere in pratica questo che hanno assimilato negli anni e noi questo possiamo fare, far capire loro che così come quando si sbaglia in campo c’è l’opportunità di imparare l’errore e di crescere senza vivere la cosa con paura e ansia, e come dicevo prima la cosiddetta resilienza è straordinaria perchè poi è stato dimostrato che alcune persone di fronte ad eventi traumatici e terribili riescono ad uscirne intatti e piu forti di prima e allo stesso tempo altre persone di fronte a traumi molto piu lievi cadono giu e fanno difficoltà a rialzarsi e quindi rientra in campo sempre la soggettività. Questo è quello che possiamo fare noi, trasmettere ai ragazzi queste nozioni, anche un po’ ripercorrendo il passato se solo pensiamo alle guerre che i nostri nonni hanno vissuto ci rendiamo conto che cosi come c’è l’hanno fatta loro possiamo farcela anche noi, e prendendo spunto da ciò c’è una metafora molto bella scritta in un libro di Rugby dai fratelli Bergamasco che ho letto e consiglio a tutti, dal titolo ANDARE AVANTI GUARDANDO INDIETRO e questo secondo me è una cosa bellissima perchè il fatto di andare a fare meta cercando l’aiuto di un compagno alle mie spalle è proprio una metafora bellissima perchè il nostro passato ci può servire per prendere quello che di buono c’è stato e utilizzarlo noi oggi per uscire piu forti di prima con una voglia matta di ripartire e di riacciuffare per i capelli i propri sogni e farsi trovare pronti per una nuova competizione che poi è alla base dello sport soprattutto per i ragazzini piu grandi, andando a competere contro i loro pari per cercare di rendere questa passione un giorno un lavoro professionistico

Cosa suggerisci di fare agli istruttorI, allenatori, presidenti ecc delle Scuole Calcio per invogliare questi ragazzini a giocare?

” La prima cosa che mi viene in mente da dire a chiunque abbia a che fare con bambini, bambini. ragazzini e ragazzine è di farli un plauso, di farli i complimenti perchè hanno fatto cose eccezionali e mi permetto di dirlo perchè l’ho vissuto attraverso le riunioni con le federazioni, con tutti gli amici con cui mi sento spesso è emerso questo, che non si sono dati mai per vinti, improvvisandosi anche tecnologici perchè poi tutti abbiamo dovuto imparare e renderci esperti in una tecnologia che non pensavamo potesse esistere, e questi adulti che io chiamo educatori che poi significa tirare fuori il meglio da ciascun bambino o bambina che hai di fronte hanno fatto un lavoro magnifico stando vicino ai loro gruppi organizzando alternative come ad esempio li attività a distanza, allenamenti particolari, della gare e successivamente dei quiz, musica, alcuni hanno fatto scrivere dei romanzi, ai più piccoli è stato fatto disegnare e inventare delle storie con la creatività che è stata messa al centro di tutto e tutti i gruppi anche attraverso i social si sono fatti sentire in maniera rispettosa senza poi andare a strafare perchè poi i bambini sono stati anche sovraccaricati da questa nuova didattica a distanza e con molto rispetto si è cercati di stare vicini a loro. Quello che però dico io, ed è per questo che gli faccio i complimenti,  è che anche un istruttore è coinvolto in prima persona, hanno una famiglia, hanno una moglie, un figlio, un genitore e vivono sulla propria pelle e soffrono essendo esseri umani come tutti questa particolare situazione che tutti noi stiamo vivendo, ed è eroico riuscire ad essere un leader per questi ragazzi e allo stesso tempo per la propria famiglia, il consiglio che io mi sento di dare è che in questi momenti di difficoltà un adulto deve essere in grado di mantenere il cosiddetto EQUILIBRIO e a volte ci aiuta molto indossare una maschera, spesso dico ai bambini trasformatevi in attori e noi dobbiamo cercar di non far trasparire loro alcuna sofferenza o disagio senza dimenticare che le più grandi famiglie di educatori sono appunto la famiglia e la scuola, poi viene lo sport ed altre realtà del territorio. Bisogna avere la consapevolezza che chi sceglie di fare l’istruttore non fa un mestiere, quello di lavorare con i giovani non è un lavoro ma una missione e vocazione e questo si fa con tanta competenza e passione, è il mix perfetto per fare questa attività e bisogna pensare che ci sono tanti bambini/e che appena sarà possibile saranno pronti a ricominciare e noi dovremmo farci trovare pronti, io dico sempre che un educatore è un facilitatore di sogni, deve esserlo e essere anche un persecutore di sogni perchè spesso soprattutto nel mondo del calcio e delle Scuole Calcio c’è tanta illusione, io dico sempre che sognare non fa male perchè il sogno può essere coltivato e acciuffato ma quando invece vengono generate delle illusioni messe a contatto con la realtà diventano delusioni e li non tutti, in quella fascia d’età, sono pronti a rialzarsi ed uscirne. Ci sono, e qui mi piace ritornare un pochettino indietro perchè io ho avuto la fortuna di vivere il calcio e di allenarmi con una società di Serie C1, nel periodo 1996-1999, ed ho avuto anche la fortuna di fare un piccolo esordio in Coppa Italia di Serie C, quindi confrontandomi anche con giocatori di Serie B, e ho respirato la possibilità di realizzare il mio sogno quando poi a 17 anni durante una visita medica mi riscontrarono una cardiopatia ipertrofica e dovetti lasciare il calcio a livello agonistico perchè se continuavo rischiavo per la mia salute. Li per li mi sono sentito a pezzi, ho sentito un vuoto incredibile è stata dura poi ritornare e perchè dico questo, perchè questo è un messaggio che voglio dare a tutti gli istruttori, educatori che stanno facendo delle cose straordinarie e rinnovo ancora una volta i miei complimenti, dico che sapere che ci sono tanti bambini, a me è capitato un ragazzino che quando tornò in campo mi disse MI BATTE IL CUORE, SONO EMOZIONATO e per uno come me che ha avuto un cuore malato sapere che esistono tanti cuori sani pronti a battere piu forte per correre dietro a un pallone, per acciuffare i proprio sogni a me questo riempie di gioia ed è questa la spinta che dobbiamo avere, spingere i bambini e le bambine a  cercare la propria ISOLA CHE NON C’È perchè poi spesso c’è chi ci dice che dobbiamo smetterla di sognare e pensare alle cose concrete ma noi, come dice il grande BENNATO, non dobbiamo ascoltare queste persone perchè solo chi  ha rinunciato ai propri sogni molto presto senza faticare, senza fare sacrifici ne nulla puo’ dirci ciò ed è questo che mi permetto di dire agli adulti che in questo momento si stanno comportando davvero come supereroi nei confronti dei giovani, dobbiamo indossare questa fascia di capitano e da veri leader trascinarli verso condizioni migliori avendo la consapevolezza che prima o poi questa partita contro questo avversario fortissimo del COVID la vinceremo e noi siamo pronti a fare l’assist decisivo , ma quello che io dico spesso è che puoi fare anche l’assist perfetto ma se non c’è il tuo compagno di squadra pronto a ricevere quella palla, a farsi trovare smarcato mettendosi in zona luce per fare goal, il nostro passaggio diventa inutile e cosa voglio dire con questo,  che c’è bisogno anche dell’altra parte quindi aiutare, tendere la mano presuppone che chi stia dall’altra parte è pronto ad accogliere il nostro aiuto e noi dobbiamo essere bravi in questo, ad avvicinarci con la distanza giusta ma non troppo per non soffocare o forzare chi si trova dall’altra parte”.

Ringraziamo Gianluca per questa bellissima intervista

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