Gli anni che scorrono segnano una misura inevitabile del tempo, il loro accumularsi viene definito vita, e in quel lasso di tempo tra l’inizio e la fine si accumulano ricordi, personaggi.

Nello sport il momento della perdita appare sempre più doloroso perché dei personaggi che vengono a mancare, anche se avanti negli anni, restano negli occhi e nella mente, incancellabili, le loro gesta sportive, che ci hanno fatto gioire e soffrire, che sono diventate parte di noi stessi.

Il momento dell’addio, perciò,  diventa un saluto alla persona, un ringraziamento, ma segna anche un continuo ricordo di quelle gesta. Questo accompagna il mio ricordo di Pietro Anastasi, “Petruzzu”, che ci ha lasciato in queste ore.

Attaccante nel senso moderno, e non centravanti, Pietro mosse i primi passi calcistici nella Massiminiana, squadra catanese che portava il nome di quell’Angelo Massimino, tanto narciso ma pure presidente lungimirante.

Fu nel Varese che il Nostro salì alle ribalte sportive, tanto da essere ingaggiato dalla Juventus. Allora, come oggi, ma forse di più a quei tempi, questo significava la consacrazione di un giocatore, e Anastasi in maglia bianconera dimostrò tutto il suo valore di attaccante mobile e letale, contribuendo alla conquista di tre scudetti.

Le sue gesta gli valsero la convocazione in Nazionale, dove debutto migliore non poteva sperare. Nella finale bis di Roma del campionato Europeo che ospitavano, nella notte magica dell'”Olimpico”, contro la Jugoslavia che ci aveva fatto penare nella prima partita, Anastasi era mandato in campo dal CT Ferruccio Valcareggi, trovando subito la via del gol, quella del due a zero che bissava il vantaggio di Gigi Riva “Rombo di Tuono”, dava sicurezza e permetteva a Giacinto Facchetti di sollevare la Coppa trent’anni dopo la vittoria del mondiale del 1938, e dare il via alle luminarie romane.

Costretto per un infortunio a rinunciare ai Mondiali del 1970 in Messico, al cui posto fu convocato Roberto Boninsegna, Anastasi partecipò alla sfortunata rassegna iridata di Germania 1974, senza segnare.

Nei club, dopo la Juventus passò all’Inter, vincendo una Coppa Italia, chiuse la carriera italiana nell’Ascoli, quella calcistica nel Lugano. Al vostro cronista resta il caro ricordo di un’intervista radiofonica con una persona buona e serena, consapevole di aver dispensato gioia a quanti lo hanno visto giocare, e in cui rimarrà per sempre il ricordo di “Petruzzu”.

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