“C’è del marcio in Danimarca”… Diventa quasi facile scomodare William Shakespeare e il suo Amleto per introdurre l’ennesimo scandalo che travolge in queste ore l’Italia calcistica. C’è del marcio nel nostro calcio, si sa e si sapeva, il problema è che si continua a farsi del male da soli, creando sempre più sistemi che diventano terreno fertile, fertilissimo, per chi vuole delinquere.

È una stortura nata nel momento stesso in cui il calcio, da semplice passione popolare, è diventato calcio business, fonte di guadagno, “mucca da mungere” per quanti lo guardano solo con occhi speculativi. Dove ci sono soldi si crea malaffare, nel calcio questo ha trovato e trova facile terreno con la “piaga” delle scommesse. Non è bastato il “calcioscommesse” del 1980, non è bastata “calciopoli” del 2006, non sono bastati tutti i filoni di indagine riguardanti proprio le scommesse dal 2010 in poi.

Chi gestisce il calcio non vuole proprio imparare dalla Storia, creando sempre più situazioni dove maneggioni e faccendieri possono infilarsi, e purtroppo ora non solo questi. Decidendo sciaguratamente di aprire le scommesse alle gare di Lega Pro e di Serie D si è fornito un formidabile assist alla malavita nostrana, tant’è che pare sia ora coinvolta anche la ‘ndrangheta. Ma questo non ci meraviglia: il calcio è fatto da uomini, questi sono corruttibili, allora perché allargare il fronte di eventi scommettibili anche a campionati dove soldi leciti ne girano alla fine pochi, con calciatori che, avvicinati con offerte economiche che a volte valgono quanto prendono in un intero anno e anche più, ma sono soprattutto soldi “certi” di fronte a quelli leciti ma “aleatori” dei regolari ingaggi, ci mettono poco a dare un'”aggiustatina” alla loro partita, con buona pace dei valori del calcio e dello sport? Non è logico, chiaro, ma ho scritto prima che il calcio è fatto dagli uomini (come la Chiesa, come la politica, come tutto), e non c’è nulla di più debole dell’essere umano, da Adamo ed Eva e l’Eden in poi.

Ci addolora, poi, ma anche qui non ci meraviglia, e se accertati colpevoli è giusto che paghino, di leggere del coinvolgimento, addirittura fino all’arresto, di personaggi noti al calcio campano, come Mario Moxedano, il figlio Raffaele, calciatore in quel Neapolis di cui il padre è presidente, o di Pasquale Izzo e Emanuele Marzocchi della Puteolana. Soprattutto il coinvolgimento dei primi due sembra molto grave, andando ad allacciarsi direttamente alla malavita calabrese, di cui abbiamo accennato, chiudendo però una parabola calcistica non sempre limpida attraversata, appunto, dalla famiglia Moxedano, diventata con il tempo vera globe trotter del calcio campano, passando dalla gestione di una società all’altra.

Questa volta, allargando e in pratica coinvolgendo, quindi, il calcio minore, la scossa tellurica che ha colpito il mondo della pedata rischia di avere conseguenze più gravi e pericolose su tutte il sistema, perché se certe cose accadono al vertice, crolla la punta, ma se accadono alla base, crolla il sistema. Soluzioni ci sono, naturalmente, ci paiono anche ovvie: chiusura delle scommesse sulle gare delle serie inferiori, lasciare solo quelle che riguardano la Serie A (togliendo anche la Serie B, debole e corruttibile come le altre, e per gli stessi motivi). È possibile fare ciò, una volta avviato questo circolo vizioso? Sarebbe possibile, e usiamo il condizionale, se non fosse che i proventi delle scommesse arricchiscono anche le casse dello Stato, per cui diventa quasi come il giochetto del tabacco, riconosciuto dannoso, ma lasciato al suo posto per i grossi introiti che garantisce. Il problema è che genera anche tumori, ma a chi importa se il paziente muore?

 

 

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