Dopo la Germania, anche il Brasile saluta il mondiale americano, lasciando un paese in lacrime, come sempre capita quando la nazionale verde oro è eliminata dalla competizione iridata.
E come per i tedeschi, anche i sudamericani pagano l’assenza di grandi campioni, un vuoto generazionale non colmato in pratica dall’ultima vittoria, nel 2002.
E’ stato preso Carlo Ancelotti come commissario tecnico, fidando nelle sue capacità gestionali, nel suo intuito e anche nel suo stellone, ma nemmeno il buon Carletto si può inventare i campioni.
Oggi il Brasile è composto da giocatori “normali”, che non fanno la differenza, forse il solo Vinicius è all’altezza della situazione, Neymar è stato convocato più a furor di popolo che per vera convinzione, inoltre la squadra continua a mancare di un vero centravanti, guarda caso dal Ronaldo che trascinò la squadra alla vittoria proprio a Corea-Giappone del 2002, e quanto sia importante avere un attaccante prolifico lo ha mostrato la gara contro la Norvegia.
I nordici hanno ribadito che non è stata casuale la qualificazione ai danni dell’Italia, altra grande malata del calcio mondiale, e che avere un attaccante come Erling Haaland può fare, e fa, tutta la differenza del mondo.
Con l’accortezza di non pensare che la Norvegia si limiti solo al suo attaccante, perché Martin Odegaard, Patrick Berg, Alexander Sorloth, Antonio Nusa, oltre all’ottimo portiere Orjan Nyland, hanno dimostrato di essere degli ottimi giocatori, affidabili, al servizio di Haaland.
Con quest’ultimo si rivaluta anche il ruolo del centravanti classico, che sembrava un po’ perso con i nuovi sistemi di gioco, ma che alla fine non tramonta mai.
Per il Brasile, che vive di questa competizione, si tratta ora di ricostruirsi, soprattutto ringiovanirsi, il compito, non semplice, di Ancelotti sarà quello di trovare un gruppo di giocatori all’altezza, ma a mio avviso, soprattutto ritrovare quello spirito del gioco che ha sempre contraddistinto i sudamericani.
Oggi giocano in maniera troppo europea ma snaturando la loro propensione al palleggio, l’arma con cui, invece, la Norvegia ha irretito i verde oro, battendoli in quella che una volta era la loro specialità.
Certo, si potrà anche opinare sul calcio di rigore sbagliato dal Brasile, ma si era a inizio match e non si può sapere quanto avrebbe influito, così come determinanti sono state le parate di Nyland, ma questo conferma solo la mancanza di un uomo risolutivo, capace di trasformare in gol le azioni create.
Salutati i verde oro, infine, resta una domanda di fondo: dove potrà arrivare la Norvegia?
