Finché vedrai sventolar bandiera gialla tu saprai che qui si balla ed il tempo volerà”. Cantava cosi l’artista Gianni Pettenati nel lontano 1966. Scommetto che anche a Roma, qualcuno canterà questa classico della musica italiana anni 60′, pensando che il tempo è volato insieme alle gesta dell’intramontabile capitano giallorosso Francesco Totti. Nato a Roma nel quartiere Appio-Latino, nei pressi Porta Metronia, il 27 settembre del 1976.  Da bambino muove i primi passi nella Fortitudo, Smit Trastevere e Lodigiani prima di approdare nel vivaio della Roma nel 1989, per trecento milioni di vecchie lire. Squadra dalla quale non si è più allontanato, nonostante le offerte milionarie dei club più importanti d’Europa. Ed è per questo motivo che ogni 27 settembre dell’anno, i tifosi giallorossi ”scherzosamente” scrivono sulle pagine dei social network ” è Natale”. Ieri notte, davanti al più grande anfiteatro del mondo (il Colosseo), è comparso questo striscione: “Roma, 27-09-1976, ore 13.20, inizio di una leggenda. Tanti auguri capitano”. Non gli era mai successo in ventidue stagioni in giallorosso di spegnere le candeline in vetta alla classifica in solitaria. Un compleanno speciale il suo, forse il migliore che si potesse augurare alla vigilia del torneo. Trentasette candeline da spegnere, duecentoventotto gol in carriera da festeggiare. Sono i numeri di Francesco Totti. Una storia infinita, quella di ”er Pupone” tutta ancora da scrivere. Dall’esordio nel 1992 fino alla rincorsa a Silvio Piola nei marcatori italiani di tutti i tempi, c’è tanto Totti nel calcio italiano. Bandiera del calcio che fu, icona di un pallone lontano, andato, romantico, ultimo superstite di un’era oramai agli sgoccioli. O quasi. Perché il numero 10 alla veneranda età di trentasette anni gioca ancora come un ragazzino e, col rinnovo, promette di andar avanti così ancora a lungo. Domenica contro il Bologna raggiungerà Roberto Mancini al sesto posto della classifica che mette in fila i giocatori per numero di presenze in Serie A: 541 gare, a un passo da Pietro Vierchowod (562), a due da Dino Zoff (570). Le intuizioni da fuoriclasse, i colpi che strappano gli applausi a scena aperta in giro per il mondo fanno ancora parte integrante del suo personalissimo e straordinario repertorio. Altro che fenomeno a mezzo servizio per ragioni anagrafiche. Con la classe che madre natura gli ha donato “Er pupone” potrebbe giocare a calcio per sempre. L’età non conta quando c’è di mezzo il mito. Il gladiatore giallorosso ha scelto la strada più difficile, per difendere i colori del club della sua città in cui ha dato i primi calci ad un pallone. Uno scudetto che vale almeno dieci titoli del Real Madrid (quello del 2000-01, confezionato sotto la guida del “colonnello” Fabio Capello), due Coppe Italia (2006-07 e 2007-08), la scarpa d’oro nel 2007 e due Supercoppe italiane (2001 e 2007). Ecco cosa è riuscito a mettere in bacheca con la sua squadra del cuore uno dei più forti giocatori di sempre del calcio made in Italy. Certo, poi è arrivato il trionfo al Mondiale in Germania nel 2006, la ciliegina sulla torta di una carriera avara di trofei ma comunque straordinaria. Ha sorpassato leggende del calcio come Hamrin, Baggio, Altafini e Meazza. Il 3 marzo, segnando al Genoa, aggancia Nordahl al secondo posto della classifica dei marcatori di tutti i tempi della Serie A a girone unico (225); due settimane dopo, lo supera. Per scalzare Silvio Piola dal trono dei migliori cannonieri di tutti i tempi, dovrà succhiarsi il pollice almeno altre quarantasei volte entro il 2016, anno in cui quasi certamente appenderà le scarpette al chiodo. Ancora tanti auguri capitano, la leggenda del calcio italiano continua…

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