Andrea Pirlo si nasce, non si diventa.

Scritto da il 8 novembre 2017
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Col tempo ho imparato che, uscire dal cinema, mentre scorrono i titoli di coda è sbagliato. Alcuni film nascondono sorprese quando meno te lo aspetti, per cui bisogna aspettare il buio più totale per abbandonare la propria postazione. Mi sono goduto lo spettacolo fino alla fine, sperando che non finisse mai. Purtroppo però non ci sarà un seguito. La carriera del più grande regista italiano, di tutti i tempi, è giunta al termine. Andrea Pirlo, dopo ventitré anni di “maledette imparabili”, assist impossibili e trionfi, ha deciso di appendere le scarpette al chiodo. Trentotto il numero degli anni, probabilmente anche il numero dei passaggi sbagliati in tutta la sua straordinaria carriera. Una carriera costellata di successi, tra Milano, Torino e la Nazionale italiana. Forse i più giovani non sanno che il fenomeno bresciano, classe 1979, nacque calcisticamente come trequartista. La metamorfosi kafkiana di Andrea avvenne grazie a Carletto Mazzone, un maestro di calcio. Il trequartista di quel Brescia si chiamava Roberto Baggio, dunque, quella vecchia volpe di “Sor Magara” pensò di arretrare Pirlo di qualche metro, nella posizione di regista. Mai scelta fu più saggia. Andrea non abbandonerà più quel ruolo, che interpreterà in maniera divina con le maglie di Milan,Juventus e Italia, facendo le fortune di Ancelotti,Conte e Lippi. Fuoriclasse è l’aggettivo che più gli si addice. Preciso come un orologio svizzero, elegante come se giocasse in smoking, sempre decisivo nelle partite più importanti. “Pirlo è un leader silenzioso. Parla con i piedi”, firmato Marcello Lippi. Sul rettangolo verde sembra una libellula, da sempre considerata un essere magico grazie alle sembianze da fatina, la vista a 360° (anche al buio) e con le ali cangianti che cambiano colore a seconda dei riflessi della luce. Capace di volare velocemente cambiando spesso direzione in modo da ingannare i predatori ai quali, muovendo le ali rapidamente ed elegantemente, riesce a sfuggire. Andrea è il buio e la luce, capisce quello che succederà almeno dieci secondi prima degli altri. Legge nel pensiero degli allenatori e degli avversari, come se fosse la cosa più facile di questo mondo. Giocare alla Pirlo è un esercizio di stile, imitabile ma non raggiungibile. In campo è l’esatto opposto di quello che è fuori. Davanti a tutti ha la faccia seria, davanti a pochi quella del cabaret. Racconta barzellette prima della partita, prende in giro i suoi compagni, inventa scherzi terribili soprattutto a Rino Gattuso, la sua vittima preferita. Da piccolo tifava per l’Inter e amava i grandi numeri 10 come Matthäus, Platini, Maradona e Baggio. E’ un mago con la classe del 10, l’unico calciatore al mondo a cui passare il pallone anche quando è marcato da due o più uomini. Pirlo sa sempre cosa fare col pallone tra i piedi, cambia direzione alla velocità della luce diventando quasi invisibile agli occhi dell’avversario. Non è mai stato un goleador, d’altronde chi nasce altruista non muore egoista. Il suo compito è stato sempre quello di prendere il pallone e metterlo dove voleva. Compito eseguito sempre alla perfezione. Ha fatto la differenza ovunque, anche con la maglia della Nazionale. Dall’under 15 in avanti non ha mai smesso, fino alla coppa alzata verso il cielo di Berlino. I momenti più importanti sono passati dai suoi piedi fatati, e non poteva essere altrimenti. Il primo gol dell’Italia nel Mondiale tedesco è stato il suo contro il Ghana. In semifinale contro la Germania ha offerto un pallone a Grosso che era poesia. In finale ha messo il pallone sulla testa di Materazzi per il pareggio degli azzurri, dopodiché ha segnato il primo dei cinque rigori. Per il resto di Pirlo si sa tutto, a parte i superpoteri che non svelerà mai. In maglia rossonera ha vinto due scudetti, una Coppa Italia, una Supercoppa italiana, due Champions League e due Supercoppe UEFA. Con quella bianconera quattro scudetti, due Supercoppe italiane e una Coppa Italia. Primatista di presenze (37) e di reti (15) con la maglia della Under 21 (con la quale ha anche vinto un Europeo) e, insieme a De Rossi e Balotelli, è uno dei tre giocatori ad aver segnato almeno una rete in ognuna delle tre principali competizioni calcistiche disputate dalla nazionale maggiore (il Mondiale, l’Europeo e la Confederations Cup). Campione del Mondo nel 2006, in tutto ha disputato 3 Mondiali, 3 Europei e 2 Confederations Cup. Per 23 volte candidato al Pallone d’Oro, nel 2003 ha ottenuto il suo miglior piazzamento, con un quinto posto. Andrea non merita il Pallone d’Oro, piuttosto consegnategli l’Oscar. Perché un regista come lui non nascerà più.

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Info Giovanni Acanfora

Sono Giovanni Acanfora ho 27 anni, il calcio è da sempre la mia passione più grande.

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